
Ogni volta che il tema dei caregiver familiari torna nel dibattito pubblico, riaffiora la stessa scorciatoia: riconoscere uno stipendio in cambio del carico assunto dentro le mura domestiche. È una proposta che sembra pragmatica, ma che in realtà nasconde una rinuncia precisa: quella dello Stato a costruire sistemi pubblici capaci di sostenere davvero le persone e le famiglie.
Per Io Autentico ODV il nodo non è “quanto pagare” chi regge un carico quotidiano, ma quali diritti vengono garantiti a chi vive una condizione strutturale di responsabilità e a chi necessita di supporti continuativi. Monetizzare il ruolo del caregiver significa trasformare una condizione complessa in una prestazione individuale, isolata, sganciata da servizi, reti, progettazione e partecipazione sociale.
Uno stipendio, soprattutto se legato a soglie economiche rigide, rischia di diventare un meccanismo di selezione ed esclusione: chi rientra nei parametri riceve qualcosa, gli altri restano invisibili. Ma la responsabilità non si misura con l’ISEE. La non autosufficienza non coincide con la povertà, e il carico non scompare perché il reddito familiare supera una soglia amministrativa.
C’è poi un effetto più profondo, spesso ignorato: istituzionalizzare il ritiro dal lavoro e dalla vita sociale come soluzione accettabile. Pagare significa, implicitamente, dire: resta lì, occupatene tu. È un arretramento culturale che colpisce soprattutto le donne e che contraddice qualsiasi idea di inclusione, autonomia e pari opportunità.
C’è, ancora, una contraddizione semantica che non può essere ignorata. L’impostazione del ddl sui caregiver familiari va in direzione opposta rispetto a quanto introdotto dal D.Lgs. 62/2024 sul Progetto di Vita. Quel decreto afferma un principio chiaro: la presa in carico non riguarda solo la persona con disabilità, ma l’intero contesto di vita, famiglia compresa. Non una delega informale, non un trasferimento di responsabilità, ma un’assunzione pubblica dei bisogni, dei supporti, degli equilibri necessari. Proporre uno stipendio al caregiver significa tornare indietro: individualizzare ciò che la riforma aveva finalmente ricondotto a sistema. Da una parte si parla di progetto, rete, corresponsabilità istituzionale; dall’altra si immagina una soluzione monetaria che isola, privatizza e semplifica ciò che è strutturalmente complesso. Le due visioni non stanno insieme.
Noi crediamo in un’altra direzione.
Crediamo in diritti previdenziali certi, in contributi figurativi, in tutele lavorative reali, in servizi accessibili, in progetti di vita personalizzati che non scarichino tutto sulle famiglie. Crediamo che il ruolo del caregiver vada riconosciuto dentro un sistema pubblico, non usato per compensarne l’assenza.
Non serve un compenso che chiuda le persone in casa.
Serve uno Stato che resti presente.
Questa posizione trova un riscontro chiaro anche nelle riflessioni di Marco Espa, presidente di ABC Italia, che recentemente ha richiamato l’attenzione sui rischi di una delega pubblica mascherata da sussidio. Un contributo che consideriamo importante, perché mette in discussione una narrazione apparentemente “ragionevole”, ma profondamente miope.
I caregivers non chiedono stipendi.
Chiedono sostegno alla determinazione dei propri familiari con disabilità, sistemi sociali, presente e futuro partecipati.
